Maggio: di interviste a preadolescenti, recensioni e libri

Praticamente da sempre, la mia allegra ragazzina ha subíto il fascino dei libri. Potrei dire con sufficiente certezza, che la genetica non è un’opinione, visto che suo padre ed io siamo accaniti lettori.

Mentre molti altri suoi compagni, in occasione della Cresima, hanno chiesto smartphone, computer o biciclette, noi le abbiamo regalato, a colpo praticamente sicuro, il buono di una libreria e ne è stata felicissima.

Certo, il primo acquisto è stato impegnativo, nel senso che, volendo ottimizzare il regalo più possibile, la mia taccagna in erba ha calcolato come risparmiare con le diverse edizioni dei libri. Insomma, per la scelta del libro perfetto & economico,  abbiamo impiegato un’ora abbondante, con buona pace delle commese.

Cosi, mi é venuta l’idea di proporle un’ intervista, per condividere le sue letture e, magari, scambiare qualche spunto per ampliare i suoi orizzonti letterari.

La doverosa premessa è che la ragazza si trova nel vortice del fantasy e dell’ecologia.

Il titolo in pole position in questo periodo è :

“Percy Jackson e il ladro di folgori” – autore Rick Riordan.

Trama

Percy è un preadolescente apparentemente come tutti gli altri. In realtà, custodisce un segreto: è il figlio mezzo sangue del dio Poseidone. Dopo esser stato incolpato di aver rubato la folgore di Zeus, l’unico posto sicuro è il Campo Mezzosangue. Con l’amica Annabeth ( figlia di Atena) e il satiro Grover, intraprenderà un lungo viaggio per discolparsi. Riusciranno a trovare la folgore rubata?

Cosa ti attira della trama di questo libro?

Mi piace perché riporta i miti greci ai nostri tempi e spiega come l’Olimpo e altri posti mitologici si siano adattati alla città e alla modernità.

Qual’è il tuo personaggio preferito? E in quale ti identifichi di piu?

OVVIAMENTE, il mio personaggio preferito è Percy Jackson ( e qui mi pare che siano gli ormoni in fibrillazione a parlare… Help!). Ma mi identifico di più in Annabeth.

Libro Number 2

“Il diario di Martina” di Matilde Bonetti

Trama

Martina è una ragazza di dodici anni che ama gli animali e, quando sono in difficoltà,  tenta in ogni modo di aiutarli. Tra cavalli indomabili, cuccioli di tigre e conigli in cerca d’affetto, incontrerà un ragazzo con cui, a poco a poco, riuscirà ad instaurare un’amicizia d’oro.

Cosa ti piace di più nella trama?

Mi piace un sacco che Martina aiuti gli animali. Mi piace anche la storia tra Denis e Martina ( che è piú di un’amicizia… Arieccoci con gli ormoni).

Qual’è il tuo personaggio preferito? E in quale ti identifichi di più?

Il mio personaggio preferito e quello in cui mi identifico di più è Martina, perché ama gli animali, come me, ed ha gli occhi da gatta, come me.

Si ringrazia sentitamente per il tempo speso nell’intervista la mia cara B.M.

Di tempo per vivere, generazioni e serenità

“Pollyanna gridò con sgomento: “Oh, zia Polly, zia Polly, non mi hai lasciato neanche un po’ di tempo per… per ‘vivere’”.
“Per ‘vivere’, bambina! Cosa vorresti dire? Come se non continuassi a vivere per tutto il tempo!”.
“Sì, certamente continuerei a respirare per tutto il tempo in cui farò queste cose, zia Polly, ma non ‘vivrei’. Uno respira quando dorme, ma non ‘vive’. Intendo dire ‘vivere’, fare le cose che vuoi fare: giocare fuori, leggere (a me stessa, naturalmente), arrampicarsi sulle colline, parlare con il signor Tom in giardino, e con Nancy, e cercare di scoprire tutto sulle case e la gente e su tutte le strade incredibilmente belle attraverso le quali sono passata ieri. Questo è ciò che chiamo ‘vivere’, zia Polly. Respirare soltanto non è vivere!”

Pollyanna – Eleanor H. Porter

Quando, da bambina, lessi questo brano di “Pollyanna”, neanche Platone avrebbe potuto apparirmi più profondo e… vero.

Non ho mai avuto problemi ad andare a scuola e, tutto sommato, fino alle elementari, anche le lezioni di sport non mi dispiacevano. Però… Però… La differenza tra queste attività, pur ben tollerate, e il “tempo per vivere”, quello che gli adulti chiamano “ozio”, mi é sempre sembrata enorme.

Da bambini, questo concetto lo afferravamo istintivamente, poi da adulti man mano se n’è andato sbiadendo, fino ad arrivare a scordarcene del tutto.

Se paragono il “tempo di vivere” a disposizione di quando eravamo bambini noi, negli anni ’70, con quello dei nostri figli, la differenza è da pelle d’oca. Noi avevamo la scuola 6 giorni su 7, ma solo la mattina, due appuntamenti sportivi la settimana ed il catechismo un’oretta la domenica.

Ricordo bene tutto il tempo passato a giocare a Barbie, o in giardino ad inventarci delle avventure strampalate, o a casa dei compagni a fare i compiti (e viceversa), o in giro in bicicletta. Ricordo i cuscini del divano, che diventavano una casa in mezzo al salotto, o i walky-talky con cui tentavamo di comunicare in giro per il cortile.

Ricordo bene, con nostalgia, tutte queste cose. Ma i nostri figli?

Quando ripercorro i primi undici anni della mia allegra ragazzina, mi sembra che si sia andati bene fino alla fine della scuola materna.  È vero che la trascinavo assonnata all’asilo alle 7:30 e la andavo a recuperare a casa dei nonni alle 19:00, peró, tutto sommato, i momenti di gioco, condivisi con i compagni o da sola, erano ancora consistenti.

Dalla primaria, invece, è un po’ tutto degenerato. A scuola dalle 8 di mattina alle 16:30, merenda e poi compiti fino alle 18:00/18:30. Una volta la settimana lezione di musica. Si può lasciare mancare un po’di sport? E no! Un paio di pomeriggi pallavolo,il sabato compiti e la domenica mattina il catechismo.

E il “tempo per vivere”?

Ad un certo punto, ho iniziato a sentirmi in colpa per il ritmo inumano a cui era sottoposta mia figlia ed ho cominciato a guardarmi intorno… La maggior parte dei suoi compagni era messa come lei.

Dove sono finite le ore di gioco libero che la nostra generazione ricorda con rimpianto? Quando i nostri figli hanno la possibilità di sperimentarsi senza i vincoli imposti da noi adulti, o, semplicemente, di annoiarsi?

La psicomotricità era una materia sconosciuta ai nostri genitori. Ora fiorisce (fortunatamente) un po’ in ogni scuola materna e nei primi anni di primaria. Nella classe di mia figlia, in seconda elementare, ci è stato chiaramente detto dalla psicomotricista, che i nostri figli facevano fatica (!!!!) a giocare tra di loro, perché, semplicemente, non erano più abituati a farlo. In qualsiasi gioco proposto, anche un semplice salto della corda, cercavano la “particolarità”, l’essere migliori degli altri, comunque “più” protagonisti dei compagni, ad ogni costo. E, crescendo, la situazione non è cambiata di una virgola.

D’altronde, molti sono piú abituati ad adulti che chiedono loro di primeggiare nello sport, a scuola o in qualsiasi attività quasi in riparazione ai loro sacrifici o dei loro sogni mancati.

Spesso ho l’impressione che si impongano ai propri figli ( o ai propri allievi) gli stessi ritmi e le stesse aspettative che esigiamo (o che la società esige) da noi adulti. Ma con quale risultato? Indubbiamente, questa generazione sarà più sveglia e stimolata, ma… Sarà altrettanto serena?

In sostanza, penso proprio di no.

E se tutti, a partire da noi adulti, smettessimo di correre come delle trottole e ci riappropriassimo, come Pollyanna, di un pizzico di “tempo per vivere”?

Tempo in cui ci sederci con i nostri figli, non solo per controllare il loro diario, interrogarli in qualche materia o scarrozzarli verso una delle loro attività, ma anche per ascoltare i loro spesso bizzarri racconti?

Tempo in cui farli uscire, non solo per lanciarli nell’ennesima attività, ma per farli giocare con un compagno, con un vicino?

Magari, afferrare del tempo in cui i nostri ragazzi abbiano la possibilità non solo di “respirare”,  ma VIVERE semplicemente la loro età, così che, in futuro, possano custodire gli stessi momenti di spensieratezza che la nostra generazione ha il privilegio di conservare gelosamente.

Di smartphone, dibattiti e incontri di wrestling

Nei primi anni di vita dei nostri bambini, ci sono pochi argomenti che infiammano i dibattiti tra noi genitori come…. Indovinate..! Su, dai, indovinate..!

Bravi, proprio, così… Naturalmente l’allattamento ( Ignoro volutamente i vaccini, perché lì siamo proprio arrivati alla frutta, all’herpes da stress, all’orchite, ai tic nervosi , al fuoco di S. Antonio)!

Noi mamme, ci siamo di volta in volta raggruppate in tifoserie, neanche fossimo una frotta di hooligans.

Abbiamo le mamme della curva nord:

quelle che hanno allattato orgogliosamente fino al primo giorno di liceo del pargolo;

quelle che:” Ma vedi com’è sano e forte dopo 72 gaudiosi mesi di tetta al vento?”;

quelle che:” E ma è chiaro che tuo figlio si drogherà da grande, lo hai allattato solo fino a 2 anni! Invece, il mio è già quasi candidato per il Nobel….”.

Chiaramente, poi, arrivano le mamme della curva sud:

quelle che, a due secondi secchi dal parto, tentano di corrompere l’ostetrica, perchè vada subito a preparare il biberon con aggiunta di whisky (così dorme di più, ovviamente);

quelle che:” E non posso attaccare al seno il cosino (leggi: bambino), rischia di lasciarmi le smagliature “;

quelle che: ” E ma tuo figlio crescerà mammone, ha 6 mesi e lo allatti ancora! Guarda il mio, invece. Gli allungo un 10 euro e gattona da solo in farmacia a comprarsi il latte in polvere!”.

E qui, inizia l’inevitabile, e, talvolta indecoroso, incontro di wrestling virtuale a suon di chat e faccine arrabbiate.

E quando diventano grandicelli? Ad esempio preadolescenti? Possiamo pensare di averla fatta franca e aver raggiunto la pace dei sensi?

Assolutamente no!

Eccoci a ricominciare un’altra scazzottata virtuale. L’argomento “hot” della fascia d’età 8/12 anni è, taaaa daaaa… rullo di tamburi: lo smartphone!

Perciò, riecco le mamme della curva nord:

quelle che, dopo aver bruciato ogni televisore presente in famiglia, messo al rogo ogni apparecchio wi-fi, dopo aver tappezzato casa con del materiale anti onde elettromagnetiche (perchè non si sa mai), ma vogliamo che dotino i loro figli, ormai diciottenni, di un aggeggio demoniaco? Giammai!

quelle che ” Non vorrei mai che, incautamente, incorresse nelle puntate online di “Goku vs. Vegeta” e rimanesse scioccato. Il mio bimbo ha solo 180 mesi, dopotutto”;

quelle che, iniziano in preda al panico a raccogliere firme per abolire il wi-fi a scuola, convinte che le onde elettromagnetiche friggeranno i cervellini dei loro piccoletti.

Ma ecco che, improvvisamente, sbucano le mamme della curva sud:

quelle che appena tornate dall’ospedale, hanno sostituito la classica giostrina da culla, con un tablet con le canzoncine in streaming;

quelle che, orgogliose, esclamano:” Ma guarda che intelligenza! Ha solo 6 mesi e già ha visto su You Tube tutte le puntate di Beautiful, videochiama i suoi compagni del nido e straccia il papà a minecraft.”;

quelle che raccolgono firme e improvvisano sit-in nel salone della materna, perchè la scuola non ha ANCORA un’aula informatica. Insomma, al giorno d’oggi, è un must!

E giù, ancora, di insulti e violenza social.

E noi ? Diciamo che, le scene da  stadio non mi piacciono. Penso che ognuno, dopo essersi ben documentato e in base alle esigenze della propria famiglia, dovrebbe cercare di scegliere in base alla maturità emotiva del proprio figlio.

Di certo, la mia allegra ragazzina undicenne comincia a reclamare lo smartphone a gran voce: ” Ma maaaaammaaaa, nella mia classe ormai siamo solo in tre a non avere il telefono!” ” Ma cosa ne faresti?” “Ma maaaammaaa, lo userei per messaggiare le mie amiche!!!.” “Tesoro, ma le tue amiche sono le altre due ragazze senza smartphone.”

“…….”

Dopo essermi lambiccata il cervello a lungo,  ho trovato molto utile la lettura di un libro sull’argomento.

Si intitola “Tutto troppo presto” di Alberto Pellai (il link alla fine dell’articolo). Attraverso degli esempi concreti, aiuta a non banalizzare troppo l’utilizzo della tecnologia e, d’altra parte, propone spunti per gestirla al meglio in famiglia.

Diciamo che, per il momento, abbiamo optato per regalarle un tablet senza connessione telefonica. Può connettersi al nostro modem di casa, ma non ha accesso ai social network. Per alcuni compiti a casa, utilizzano una “classe virtuale”, che serve a condividere con gli insegnanti i propri lavori. E, per ora, lo trovo sufficiente.

Morale della favola: abbasso gli sproloqui social, viva i nostri ragazzini ed i buoni libri!  😉

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Di vestiti, shopping e vecchi ricordi

Mi ricordo ancora, con sopito rimpianto, i bei giorni in cui potevo fare shopping per le bambine da sola.
Partivo il primo pomeriggio dei saldi, subito dopo il lavoro, e tornavo con il mio bel carico di abitini, scarpette e accessori vari.
Arrivata a casa, trovavo degli occhioni curiosi di vedere che cosa la “Mamma Migliore del Mondo” avesse scelto per le sue bimbette. E la scelta non poteva che essere ok. (E qui ci scappa la lacrimuccia di commozione).

Sono stata fortunata, finora? Gli altri bambini sono più selettivi delle mie?

Mah, forse…

Fatto sta che, da quando la pulzella maggiore ha varcato la soglia della preadolescenza, è cambiato tutto… Ma proprio tutto tutto! Direi che fare compere, ormai,  è un pò un salto ad ostacoli.

  • Primo ostacolo:

Niente shopping solitario e rilassante.

Giustamente, l’interessata pulzella deve approvare qualsiasi acquisto, anche se si trattasse solo di un paio di mutande. E già trovare un pomeriggio libero da scuola, sport e, soprattutto, sorella minore rompibolle è un rebus (certo che se bypassare il problema scuola e sport è tutto sommato fattibile, la prospettiva di doversi portare appresso una seienne che inizierebbe a litigare con la sorella, prima ancora di mettere piede nel negozio, è terrificante!!!!)

  • Secondo ostacolo:

 La terminologia corretta.

Prestate estrema attenzione alle parole che fuoriescono dalla vostra laringe e pregate che l’epiglottide non vi tradisca!

Una frase innocua, tipo ” Andiamo io e te a comprare un abitino per la cerimonia di settimana prossima?”  potrebbe provocare uno ZOT!, sguardo saettante e risposta repentina:” Gli abitini sono per le bambine. IO SONO UNA RAGAZZINA”.

Eh, bè, certo, il lessico corretto non è un optional…

  • Terzo ostacolo:

Per apparire bisogna soffrire.

Ma questo, una quasi dodicenne, ancora non l’ha capito.

Dunque, gonne eliminate in partenza, perchè ZOT! i collant “mi danno fastidio e poi mi prudono”… Bé, tesoro, con la nuova e solerte  attività dei bulbi piliferi delle tue gambe, puoi certamente permetterti di indossare una gonna senza collant 600 denari…

Quindi, niente gonne più corte delle sue caviglie.

E qui aprirei una parentesi vintage. Ammetterete con me che la nostra generazione sapeva sopportare meglio i disagi causati dall’abbigliamento, perchè le nostre sagge mamme ci avevano abituate a tutto già dalla primissima infanzia.

Negli anni 70, se i maschi a 18 anni andavano a fare il militare, noi femmine, appena nate, avevamo di peggio.

Come non pensare ai fantastici calzettoni bianchi ricamati, utilizzati per tutte le feste comandate? Si, proprio quelli che avevano la doppia funzione di calzettone e laccio emostatico. Quelli che dopo due minuti netti, ti facevano scordare di avere due piedi, tanto erano stretti, e rischiavi di cadere lunga e tratta.

Ed i meravigliosi maglioni della nonna? Quelli che ti facevano grattare peggio del morbillo, anche con una camicia spessa 30 cm?

Stendiamo un velo pietoso, poi, sulle gonne scozzesi che, oltre a prudere da morire, ti costringevano ad assumere pose inversomili per evitare che si aprisse lo spacco a portafoglio, giusto in mezzo al catechismo.

Ma così, noi siamo cresciute e ci siamo fortificate nello spirito. I nostri ragazzi un pò meno 🙂

  • Quarto ostacolo:

Aspettative Vs. realtà.

Nei suoi sogni, la vetusta mammina vedrebbe la sua amata figliola di bianco vestita, con fiori nei capelli ed elegantemente pettinata.

Nei sogni suoi, invece, l’allegra ragazzina si vede vestita, appunto, come un’allegra ragazzina: jeans scuri con risvoltino, camicetta (giusto per mantenere una parvenza d’eleganza) e giubbino bikers.

A questo punto, la provata genitrice, potrebbe timidamente tentare di proporre un bel paio di raffinate ed eleganti ballerine bianche, ma… ZOT!!!

“Ma maaaammaaaa! Un paio di sneakers si abbinano meglio!!!” … Sciocchina io, a non averci pensato (Aaargh!)

L’acconciatura? Ovviamente, chioma al vento e ciao ai fiori freschi nei capelli.

A questo punto, stremate dall’intenso pomeriggio di spese e dopo aver brillantemente superato ogni ostacolo, finalmente si torna a casa.

Sedute sul divano, l’allegra contestatrice si siede vicina vicina, in cerca di coccole. E qui, nonostante tutti gli ostacoli, nonostante tutti i suoi ZOT!, a prescindere da quanto possa essere brontolona e ostinata, in questi momenti, capisco che, dopotutto, la mia bambina non è  poi così diversa da prima.

E, tutto sommato, mi sento ancora la Mamma Migliore del Mondo.

 

Di diversità, libri e recensioni

Ebbene, per non annoiarmi e sentirmi un pò teenager anch’io, l’altro giorno ho trafugato il nuovo libro che la professoressa di italiano della mia allegra figlioletta ha iniziato a leggere in classe in questi giorni.

Il titolo è “Melody” di Sharon M. Draper.
Come si sarà astutamente dedotto, il tema è la diversità. Narra, infatti, di una ragazzina tetraplegica (ovviamente preadolescente). Dalla nascita, possiede una spiccata intelligenza, ma… senza l’uso della parola per esprimerla.
Il testo è molto scorrevole, si legge veramente in un paio di giorni intensi e non risulta mai pesante e raramente melenso.
Lo stile e il tema ricordano il più famoso “Wonder” di R.J.Palacio.
In quest’altro volume, il protagonista Auggie è nato con il viso orribilmente sfigurato da una malattia e la narrazione inizia dalla sua prima esperienza alla scuola media.

Sono entrambi consigliabili per la delicatezza e la sensibilità con cui riescono a entrare nel cuore dei lettori, ma con un tono sempre leggero e spiritoso, senza mai scadere nella commiserazione.

Personalmente, ho preferito “Wonder”. Forse, perchè ne ho apprezzato il finale pieno di speranza (anche se sicuramente più ingenuo) o forse perchè Auggie non è un genio o un super intelligentone, ma un undicenne che si sente “normale”, ma non viene trattato come tale.

Per forza di cose, forse per spirito di contraddizione, forse perchè femmina, la mia pulzella è stata catturata più facilmente da Melody.

In entrambi i libri, i genitori sono personaggi secondari. Ma a me, quasi quarantenne, è stato facile immedesimarmi in loro. In fondo, anche noi stiamo affrontando giorno dopo giorno la cangiante “diversità” dei nostri figli. Anche noi,ogni tanto (leggi: molto spesso)ci stiamo arrovellando il cervello per cercare di capire chi stanno diventando e come aiutarli ad uscire dalla loro crisalide ( possibilmente sopravvivendo noi stessi allo stress!!!).

Che dire: entrambi i libri, sono molto carini e, soprattutto, ci offrono di sbirciare (e magari immedesimarci) almeno un pochino nella testa di alcuni ragazzi così simili ai nostri.

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Di professori, bulli e altre ombre

Da ieri, il telegiornale trasmette ad ogni edizione e su qualsiasi canale la notizia del professore bullizzato.

Oggi, un po’ per curiosità morbosa, un po’ perché sbuca ovunque, mi son guardata un pezzetto del video in questione. Dico “un pezzetto” perché, onestamente, ho dovuto stopparlo per il disgusto e la tristezza che mi trasmetteva la situazione in quell’aula.

Sarà che ho figlie femmine, sarà che la mia preadolescente, fuori casa, è introversa (per la precisione, però, in casa iniziano a partire rispostine vaaagaaamente caustiche, neh!) ma il bullo protagonista, anche se scandalosamente, orribilmente, digustosamente violento, non è stato l’elemento che mi ha turbata di piu. E neppure i cretinetti che ridacchiavano in sottofondo.

Quello che mi ha veramente e ingenuamente sorpresa sono “gli altri”, le ombre che se ne sono state sedute a guardare senza la benché minima reazione.

Cosa avrei fatto io, al posto loro, alla stessa età e nella stessa situazione?

Onestamente? Boh!

Ricordo i miei compagni più sfacciati, quelli che ad un brutto voto bofonchiavano a mezza voce un ” Ma profe, non è giusto” e poi finiva lì. Ricordo i furbetti della copiatura, i maghi del suggerimento, i brontoloni del post-interrogazione.

Ma una scena del genere proprio non me la sarei neppure sognata.

Però, se fosse successo nella mia classe, penso che a casa ne avrei parlato. E non penso che i miei genitori sarebbero rimasti indifferenti.

Perciò, adesso che ho una figlia che si sta avvicinando all’età della stupídera, posso solo sperare che la nostra famiglia le abbia trasmesso un po’ di sano buonsenso.

Cosa passa per la testa di questi “ragazzi ombra” : omertà e indifferenza? Scarso senso di ció che è bene e ció che è male? Assenza di qualsiasi rispetto? Un pó di tutto questo? Mah, difficile rispondere.

Una certezza, però, ce l’ho e dipende da noi adulti. Come disse Madre Teresa di Calcutta:

“Si può insegnare senza volerlo. Si chiama esempio.”

Prima a casa e poi a scuola.

 

 

Perchè “Ululo alla luna”?

Negli ultimi 11 anni, per la precisione da quando sono mamma, vago errabonda sui social network alla ricerca di consiglio per i tipici attimi di sconforto materni.

Che dire, finchè i frugoletti sono ancora piccoli, esistono vagonate di articoli, forum & affini per tutti i gusti. Il pargolo ha un eritema da pannolino?No problem! Millate di parole spese per decantare il tipo di macchiolina orribilmente apparsa sul popò del pupo.

Quando iniziano con lo svezzamento, via con ennemila commenti su quale alimento introdurre prima (chi parte con il cetriolo tibetano e chi reputa più nutriente il riso dell’Himalaya).

E quando si inizia la socializzazione, al nido o alla scuola materna? Sono stati scritti tomi da 600.000 pagine l’uno per valutare, raffrontare, votare  e decidere quale tipo di educazione sia la piú  valida ( quest’oggi facciamo la ola per la Montessori o Steiner?).

E da qui via dicendo fino a…. fino a… fino a…

Taaa daaaa, siore e siori, esattamente fino alla preadolescenza. Quel bellissimo periodo che parte manco si sa bene da quando e finisce non si sa bene quando (ma si spera presto, porcaccia la paletta!)

Una bellissima definizione di preadolescenza la descrive come un’età di sospensione, caratterizzata dal distacco dal mondo idealizzato, fiabesco, dell’infanzia: il ragazzo si rende sempre più conto che i genitori non sono onnipotenti e, con l’introduzione del pensiero critico, inizia un percorso di disillusione, attraverso il quale i genitori vengono spogliati dell’infallibilità attribuitagli durante l’infanzia.

Toh, proprio nelle frasi in grassetto trovate l’inghippo. Vi ricordate il tenero fagottino? Quello che appena sveglio, vi vedeva e faceva un meraviglioso sorrisone sdentato, quasi avesse visto Santa Mamma da Siena?

Ciao! Salutatelo caramente e conservate questo ricordo a imperitura memoria. Improvvisamente, una mattina, ai vostri amorevoli inviti ad alzarsi per andare a scuola, risponderà con una vocetta degna della bambina dell’esorcista:” IO — OGGI– NON — VOGLIO — ALZARMI” e vi guarderà con due occhietti cisposi carichi di fastidio.

Vi ricordate i bei tempi in cui si vestiva con ciò che volevate senza un batter di ciglia?

Addio! E questo “mi da fastidio” e quello “non me lo metto manco a morire”.

Ma a noi, valorose mamme (o papà) di preadolescenti chi ci considera? Chi valorizza lo sforzo eroico di sopportare questi ex-frugoletti trasformatisi alternativamente ( a seconda del momento) nel Dott. Jekyll o in Mr. Hyde? Suvvia, arrangiamoci tra di noi e offriamoci una spalla su cui piangere, che: mal comune mezzo gaudio.

Ora, cortesemente, rileggete le parole in grassetto poco sopra. Da lì suppongo potrete dedurre il perchè “Ululo alla luna” (e scommetto che i lupi hanno parecchi teen ager in famiglia).

All together now: ululate con me 😘

Vostra S.

PS. Alla fine lovvo proprio tanto la mia preadolescente.